APPUNTI DI VIAGGIO

Alla fine di questo secondo ciclo d’apprendimento collettivo di Spac! abbiamo pensato di far parlare le persone che vi hanno partecipato e mettere anche qualche foto di questo mesetto insieme. Vi lasciamo alla lettura dei contributi di Giulia e Lalula, a presto!

Da Giulia Brandimarte

La residenza SPAC per me è durata due settimane, dal 10 al 24 settembre, ma sono sembrate molto di più per la quantità di attività, stimoli, riflessioni che abbiamo fatto.

Lo Spazio di Apprendimento Collettivo Popolare è principalmente possibile grazie al lavoro di immaginazione, relazione, intreccio e concretizzazione che portano avanti Hélène e Pippo.

Per questo secondo ciclo le residenti eravamo io e Lalula, e abbiamo rispettivamente lavorato ad un progetto sulla creazione di un parco fluviale e ad uno su un’opera d’arte in ceramica che rendesse visibile il legame fra acqua e violenza di genere.

Per ognuna di noi sono state pensate e realizzate attività con specifico focus sul nostro progetto, alcune intrecciate. Qui racconterò quelle più importanti per il mio progetto, per amor di brevità e perché non potrei rendere giustizia al processo che ha portato avanti Lalula. Comunque anche lei lo racconterà più avanti.

Io, fra le varie cose, ho avuto l’opportunità di dialogare con l’antropologo indigeno Enrico Pietrangeli che ci ha fatto ripercorrere la storia del parco fluviale del Fiume Paglia e dell’associazione Val di Paglia bene comune. Quest’ultima è nata nelle 24 ore successive all’alluvione del Paglia del 2012 che ha inondato Orvieto Scalo e Ciconia, colpendo i 2/3 della popolazione orvietana. Durante l’incontro abbiamo ri-scoperto che i fiumi sono da sempre stati importanti e sacri per le popolazioni che ne abitavano i dintorni, che il pontefice si chiama così perché era letteralmente colui che “faceva i ponti”, e per fare i ponti bisognava chiedere il permesso agli dei. Enrico ci ha raccontato anche che per “smuovere le acque” della politica si può ricorrere alla creatività, ad esempio a delle cartoline da spedire alle istituzioni per fare pressione e delle “code di Paglia” come simbolo per richiedere alle istituzioni di prendersi le proprie responsabilità di fronte all’incuria dimostrata.

Una delle domande che ho rivolto ad Enrico quel giorno era: “dobbiamo per forza aspettare che accada una qualche catastrofe, come un’alluvione, per renderci conto che il fiume esiste? Per tutelarlo e rispettare i suoi spazi? Oppure c’è qualche elemento su cui possiamo far leva, per stimolare quella stessa attivazione collettiva, prima che la catastrofe entri in atto?”

La domanda rimane aperta, e la risposta cambia in base ai luoghi e ai tempi. Io, con l’aiuto di SPAC e della rete che stiamo intessendo, proverò a cercare la risposta per il Sordo e il Carpino, i fiumi di Isernia.

Rivolgo questa domanda anche a voi che leggete. Cosa potrebbe smuoverci? Cosa smuoverebbe te?

Durante gli intensi giorni di residenza abbiamo avuto l’opportunità di percorrere un tratto del Paglia insieme a Gianluca Forti, un biologo di Acquapendente, che ci ha portato a riconoscere le piante ripariali e gli abitanti del fiume: i macroinvertebrati. A dispetto del nome, questi sono dei piccoli esserini (insetti, molluschi, crostacei) che vivono nelle acque del fiume e ci aiutano a capire quanto l’ecosistema in cui li incontriamo è sano o meno. Dalle piante, invece, possiamo capire quanto e quanto spesso può ingrossarsi il corso d’acqua, riconoscendo gli schemi di salici, pioppi, ontani. Da un ponte crollato possiamo dedurre che si, anche in passato sottovalutavamo i corsi d’acqua e sopravvalutavamo le capacità di lettura della realtà degli ingegneri.

Abbiamo poi sconfinato fuori regione in queste due settimane.

Siamo andati in Lazio, al festival della permacultura che si è tenuto a Bolsena, per ascoltare il bellissimo intervento di Lorenzo Costa sull’acqua: essa vuole esplorare tutto lo spazio che ha a disposizione, fare curve, dissiparsi, rallentare, infiltrarsi. Ogni goccia, con velocità differente, vuole arrivare al mare. Alcune comunità umane – ci raccontava – tendono a rendere questo viaggio il più veloce possibile: raddrizzano i canali, tagliano i meandri, cementificano gli argini. Noi parliamo, e l’acqua ci ascolta. “Vai via più veloce” le diciamo noi, e lei lo fa. Anche quando piove il triplo della media stagionale in un solo pomeriggio: inonda velocissimamente tutto quello che, negli anni, ha occupato il suo cammino e, velocissimamente, se ne va verso il mare.

Lei da millenni parla lo stesso linguaggio, come mai noi non l’ascoltiamo? Solo perché non ha parola? O sarà che la sua scala temporale è così differente dalla nostra che davvero non riusciamo a ricordare quello che dice.

Siamo andati anche in Toscana, a conoscere il fiume Elsa e il collettivo Scienza Radicata che, insieme all’associazione Agorà e al successivo coordinamento “Salviamo il Fiume Elsa”, è riuscito ad impedire la costruzione del TUBONE, ovvero di un tubo che avrebbe dovuto derivare l’acqua del fiume per turbinarla dopo un paio di kilometri e produrre quindi energia green. L’ironia della sorte ha voluto che mentre i cittadini si opponevano all’opera, una crescente quantità di influencers ha mostrato la bellezza del posto, e sempre più turisti hanno iniziato ad invadere le sponde dall’Elsa, molti dei quali in maniera irrispettosa. L’aumento dei turisti ha agevolato, da un lato, il processo di tutela del fiume, contribuendo alla decisione di accantonare l’inadeguato progetto di derivazione ai fini idroelettrici, ma dall’altro ha creato una nuova minaccia per gli equilibri dell’ecosistema, i turisti possono infatti essere irrispettosi, creano rifiuti, calpestano troppo soffocando la vegetazione, svolgono attività ricreative che non tengono conto del contesto. Talvolta, non rispettando le indicazioni di non balneabilità, muoiono. Anche in questo caso, però, il collettivo ha trovato dei modi creativi per portare l’attenzione sui temi a loro vicini e provare a costruire una convivenza. Hanno fatto un albero di Natale con le bottiglie raccolte sulle sponde del fiume, hanno contato i mozziconi di sigaretta raccolti, hanno costruito un tubone gonfiabile e lo hanno portato a spasso per il centro città cantando delle sue conseguenze negative. E alla fine? Il tubone non si fa, il comune ha creato parco e segnaletica, si sono prese delle misure per gestire il flusso turistico. È il caso perfetto? No, ma almeno il processo è in atto, le forze sono in movimento, l’acqua scorre e non ristagna.

Una menzione speciale deve essere fatta ad una delle attività più idratanti della residenza è stato il laboratorio “un altro genere di forza” con Alessandra Chiricosta. Non sono sicura di poterlo descrivere a parole. Alessandra ci ha accompagnato in un viaggio nel nostro corpo e nella nostra memoria, facendoci osservare le nostre ferite più profonde ma anche tutta la forza che abbiamo per non subirle passivamente e la legittimità di poterla utilizzare.

Lei è una combattente, una ricercatrice, un’autrice e molto di più di tutto questo. Ci ha parlato dei cinque elementi della cultura cinese e poi ci ha fatto giocare con essi, fino a farci sentire la palla di energia liquida che potevamo controllare con le nostre mani. Come ho detto, è stato davvero idratante per l’anima stessa.

Infine, prima che io me ne andassi, abbiamo passato qualche ora con le vicine di San Cristoforo a farci raccontare com’era lì, prima che l’acqua uscisse dal rubinetto. Come si andava alle fonti, chi andava, come si chiamano queste fonti. Quali sono i loro ricordi più importanti associati all’acqua. Per più di una persona, senza dubbio, il ricordo più impattante è l’alluvione del Chiani del ‘96. Per altri il Chiani invece porta il ricordo del primo bagno, perché non si andava mica al mare. Comunque, tutte si ricordano quando le donne, e solo le donne, andavano a prendere l’acqua laggiù in fondo alla valle, a Pozzarello o a Santa Maria dipendendo se partivi da Ficulle o da San Cristoforo. Quattrocento metri di cammino in più sono tanti se porti l’acqua in testa nel coccio appoggiato sulla coroglia, e qualche volta magari anche un figlio legato indosso con lo scialle.

Ho riflettuto sul valore sacro degli anziani (che in alcune culture chiamano “biblioteche viventi”) , perché non abbiamo più il tempo o la pazienza di stare ad ascoltarli? Ma poi, cosa sarà la voce di una anziana che ti racconta che quando era piccola si era allagata la stalla al piano terra, rispetto a quella di un ingegnere che ti assicura che lì sì, senza alcun dubbio, si può costruire, abbiamo fatto le indagini e i carotaggi, e abbiamo anche una pompa superpotente che in caso può pompare costantemente via l’acqua?

Di questa esperienza mi porto a casa più di quello che sono riuscita a scrivere, e sono contenta di sapere che non finisce solo perché la residenza è finita. Continuiamo a scorrere, intrecciarci e a convergere, come affluenti di un fiume, per creare un grande progetto collettivo di conoscenza collettiva popolare che rigeneri i saperi e i territori e ci prepari ad affrontare i duri tempi che verranno.

Ecco di seguito una parte della testimonianza di Lalula Vivenzi e una foto di una delle fanzine nate dal laboratorio che ha donato al processo di Spac!

Qui puoi trovare la testimonianza completa

What is the relationship between violence against women’s bodies and the violence we inflict upon bodies of water?

What mechanisms of appropriation and domination might they share?

How have we come to destroy the very things that make our existence possible?

These questions became the starting point for my artistic proposal at SPAC!. Rather than establishing a direct equivalence between these forms of violence, I wanted to investigate their possible connections and explore how far this initial intuition could develop. […]

La Fiume, la Nostra Sangue — A River of Clay

The work I began developing during SPAC!, La Fiume, la Nostra Sangue (The River, Our Blood), originated from that first image of the river and blood. The title deliberately transforms the Italian words fiume (river) and sangue (blood), traditionally masculine nouns, into feminine forms. This linguistic shift is part of the research itself, questioning how language, gender, and our perception of bodies are constructed.

I chose to work with clay, a material I have only recently begun incorporating into my artistic practice and whose relationship with water is particularly meaningful to this investigation. Clay is the result of geological processes of transformation and sedimentation. Its behavior depends on the presence of water, which makes it possible to reshape, model, and construct new forms.

The piece consists of a structure made of 35 clay segments, resembling overlapping roof tiles that together form a kind of riverbed. The intention is for water to flow through the different parts, creating a system of circulation. I am interested in the tension between fragmentation and continuity: a body constructed from independent elements that must connect with one another to allow the movement of water.

The creation of the pieces involved other residents, turning the process into a collective experience of learning, experimentation, and sharing technical knowledge. The clay elements were fired at Fornace Bernasconi, in Castel Viscardo, a traditional artisan workshop specializing in handmade terracotta bricks. This stage connected contemporary artistic experimentation with craftsmanship deeply rooted in the territory, bringing together technical knowledge, manual experience, and the transformation of matter through fire.

The final presentation of the artistic process took place in a vegetable garden, a particularly meaningful setting in relation to the themes explored during the residency: the relationship between earth, water, nourishment, and practices of care. For this presentation, we also collectively created a manifesto on fabric, an additional element of shared expression that accompanied the artwork.

Choosing to present the work in a vegetable garden rather than a conventional exhibition space allowed the research to return to an environment where the relationships between water, soil, cultivation, and everyday life are directly present. The final presentation did not represent the conclusion of the research, but rather a moment of sharing an ongoing process, in which the individual dimension of artistic practice became intertwined with collective experience.

La Fiume, la Nostra Sangue remains a work in progress, both in its structure and in the questions that have accompanied its creation.

La condivisione finale del lavoro fatto nel nostro territorio è stato un momento di creatività collettiva, con il supporto di Lalula Vivenzi, che ha portato a questo risultato che vogliamo condividere con voi in questo momento perché unisce il tema del movimento dell’acqua a temi sociali e politici urgenti.

Secondo appuntamento del primo ciclo di educazione popolare di Spac!

Sintesi grafica a cura di Helene Gautier

L’esperienza di Bosa e il mega progetto di costrizione del fiume Temo, Grazie a Cristiana del Comitato Non Ti Temo

La contaminazione italiana delle acque lontane. Grazie a Daniela Sala abbiamo conosciuto la storia dell’acqua irachena sacrificata per il petrolio, se vuoi approfondire qui c’è l’inchiesta

Laboratorio partecipativo d’inchiesta ambientale con Filippo Taglieri (Spac!) e Daniela Sala (Fada Collective)

Condividiamo con voi la sintesi visuale del primo ciclo di Spac! e dopo ciò vi mettiamo alcune foto delle esperienze fatte, l’educazione popolare continua…

Prima Parte del Laboratorio di scienza partecipativa con Pietro Centorrino di Scienza Radicata

Il primo ciclo sull’acqua è iniziato a breve arriveranno le immagini dei primi due incontri!!!

Crediti: Manuela Cannone

Per partire, le parole dei soci fondatori di SPAC!

S

Spazio si genera nell’azione collettiva, non solo umana. Lo spazio non è un’astrazione, dimensionale o di luogo, ma una qualità che emerge dal movimento sociomateriale dei corpi territorializzati, cioè pertinenti a un ambito specifico. In questo senso, non è circoscrivibile e si comporta come una sorta di fenomeno atmosferico: fluido, mobile, mutevole e in contatto epidermico con tutte le presenze che convivono e interagiscono in un determinato ambito.
A cura di Rebecca Rovoletto

P

Popolare come pop corn. Qualcosa che viene dal basso, da ciò che è semplice, non inteso come superfluo ma come basico. Di base, alla base di ciò che ci nutre senza troppi orpelli. Popolare che parla e abbraccia tutti con sguardo genuino, abbraccio sincero, mordente solidale.
A cura di Francesca Saraullo

A

Apprendimento come parte dallo stupore. È una relazione col mondo e con gli esseri inanimati, vegetali, animali o umani che lo compongono. È una relazione con qualcosa che è già li e che va, spesso, soltanto scoperto, vissuto, sperimentato. È fondamentale cercare di fare un passo indietro rispetto alla modalità capitalistica che ci fa pensare che l’apprendimento sia relativo a qualcosa che è in sé scarso e che noi si debba necessariamente estrarlo o acquistarlo da qualcosa o da qualcuno. Apprendendo non inventiamo niente di nuovo, raccogliamo e mettiamo in un ordine quello che è già lì,a disposizione per noi. Liberare la nostra capacità autonoma di apprendere, mettendo al centro il fare e il riflettere – a livello personale e collettivo- è una delle sfide più importanti che l’oggi ci richiede.
A cura di Claudio Orrù

C

Collettivo perché l’apprendimento se collettivo diventa un percorso politico. Si cresce e ci si conosce stando in collettivo, scambiando e confrontandoci, discutendo e costruendo assieme pratiche e conoscenza. Collettivo perché insieme vogliamo contribuire a una trasformazione radicale della società, decoloniale e di liberazione.
A cura di Elena Gerebizza

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